RICONOSCERSI A PELLE
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Le otto passate di una mattinata afosa.
L’art director Angelo, detto Angel Art, inizia la sua lotta mattutina contro il tempo. Scende i gradini della metropolitana rossa milanese quattro a quattro ed eccola che arriva, la maledetta, la sente ansimare ancor prima di aver superato la barriera delle macchine timbratirici, la sente sbuffare arrogante e frettolosa. Aspettami!, vorrebbe gridarle mentre corre sul pavimento di linoleum scuro e si scapicolla giù per le scale in uno slalom tra la folla in contromano.
Entrare, deve entrare nel vagone, alle otto e mezza ha la presentazione interna per la crema contro i brufoli e Demiurgo Dart Fenner, il suo direttore creativo, non ammette ritardi, anche perchè lui è il primo ad arrivare puntuale.
Ce la può fare, le porte sono ancora aperte, la gente, in fila ai lati, aspetta di salire, sembra quasi educata. E stamattina essere lì non è poi tanto male, c’è un aria di fresco intorno, è strano ma sembra ci sia più ossigeno. Fresco? Lo sguardo di Angelo si ferma sulla superficie esterna dei vagoni. Sorride. Li hanno vestiti di nuovo. Sembrano usciti da una foresta pluviale. Ricoperti di una pellicola che riproduce fogliame verde, sono i testimonial su rotaie del deodorante Roberts.
Angelo li fissa ancora mentre si avvicina alla porta. Che siano loro a illuderlo sulla questione ossigeno? Tutto quel verde scuro nell’antro mefitico della metropolitana alle otto di mattina può indurci a sentire brezze inesistenti?
Mentre varca la soglia del vagone,la sua sensazione viene squagliata in un attimo dal vapore bollente che risale dalle rotaie. Ed è subito inferno.
Ebbene, sì, è finito in un convoglio pre-cambriano, il prototipo del vagone medio meneghino: qui l’aria condizionata è futuro che mai verrà. In momenti come questi il potere suggestivo dell’advertising lo manda in bestia.
Gira la testa verso destra e urta contro la punta del naso di un signore sui cinquantacinque, coperta di pustole rosa shocking. Dio, la presentazione della crema contro i brufoli, sono in ritardo, cazzo!, pensa tormentandosi la guancia con l'indice.
Intanto il suo corpo avverte il contatto della pelle appiccicosa intorno a lui. Mai come ora vorrebbe avere un raffreddore potente che gli occludesse le narici per sempre. Darebbe qualsiasi cosa per non sentire. Invece un pout pourry di aromi si espande sguaiato.
Il signore con le pustole rosa shocking emana odore di disinfettante e questo lo rincuora. Ma l’alito della ragazza bionda alla sua destra sembra solido e lo riporta in cucina da sua nonna quando tritava l’aglio per fare il pesto. Ah, la memoria olfattiva… ma a che cazzo sta pensando? Qui è uno schifo, altro che ricordi di proustiana memoria, si è rimbecillito? Non è il momento di riflettere, il suo naso non perdona, adesso sente odore di cumino raffermo. Deve essere il signore pelato di fronte, che ostenta un alone sotto la manica, no ecco, stia fermo, non muova le braccia così, la scongiuro. Si criogenizzi secula seculorum, si blocchi in frizz frame, per favore. Niente.
La metropolitana sbanda e frena all’improvviso, tutti urtano tutti, sensazione gradevole in inverno, specie se la tua pelle confina con quella di ragazze carine. Invece adesso è estate e di fianco a lui c’è un tizio con le pustole che pare la sala d’aspetto di un pronto soccorso, una biondina che emana aglio e un uomo pelato che sembra appena uscito da una cesta di felafel. Alza lo sguardo alle pareti tappezzate di cartelloni Roberts: “riconoscersi a pelle”, dicono. Vero. Adesso, per esempio, riconosce un odore di ragù stantio fine ottocento. Eccolà lì, la signora over ottantacinque con il trucco già ridotto a una tavolozza di acquarelli. E la domanda affiora immediata, Angelo vorrebbe urlarla a tutti lì in mezzo, su quel vagone caldo e stipato della linea rossa: sono le otto di mattina, cristo, come fate a puzzare così presto? Che sarà di voi alle sette di sera? Viene punito per averlo solo pensato: un soffio di insalata marcia mista a letame vaccino e latte caprino gli stordisce le narici e gli impone di respirare solo con la bocca. Chi è il bastardo, chi è? La testa di Angelo si volta furiosa a caccia del colpevole. C’era da scommetterci. Un quindicenne in piena crisi ormonale con addosso una maglietta degli Iron Maiden che non vede una lavatrice dal millenovecentottantuno, anno di uscita dell’album Killers. Angelo lo fissa con odio: a quest’ora non dovresti già essere in classe, tu?
Intorno a lui la temperatura sale e nessuno scende. Perché nessuno scende? Quante fermate mancano? Tante, troppe.
Scuote la testa e gli viene da ridere. Poi chiude gli occhi, non deve sforzarsi nemmeno molto. Riesce a isolare ogni singolo odore che viaggia libero per il vagone, li riconosce a pelle. Il signor Cumino e don Alcol Denaturato, sua altezza Letame di Giumenta e mister Sapone al muschio.
Un momento, chi profuma di muschio?
I bulbi oculari di Angelo ruotano increduli alla ricerca della fonte, il suo collo si allunga e si torce. Poi, un ringhio proveniente dal basso a destra. Angelo si volta. Un barboncino bianco lo fissa infastidito, qualcuno gli ha pestato una zampa.
“Lo scusi ma è un po' agitato, gli ho appena fatto il bagno e non ama essere lavato.” La signora ottancinquenne col trucco miscelato dal caldo sorride. Si china sul cane e lo prende in braccio.
Angelo lo guarda, le orecchie vaporose e bianche. Sanno di sapone al muschio.



NO REGRETS


Faustocopy fissa il foglio elettronico come volesse ipnotizzarlo.
Nulla, nella sua mente il vuoto assoluto e domani deve consegnare i claim della campagna. Il fatto è che non riesce a isolarsi dal brusio di fondo dell’openspace, alle sue orecchie arrivano parole come mood, gap, brainstorming, strategy.
No, non lavora a Londra, non vive a New York e neppure a Los Angeles, è a Milano, Italia, ma la sua agenzia è una specie di consolato anglofilo dove per sentirti parte dell’ingranaggio devi vomitare parole cool a raffica, tatatatatà, tatatatatà.
Dallo gola gli sale un soffio acido che gli provoca nausea immediata, ormai va così da qualche tempo. Porta d’istinto una mano allo stomaco, eppure anche stamattina ha preso solo un caffè e una mela, ha appena ritirato i risultati del check up completo al centro diagnostico ed il suo colesterolo è a posto, glucosio potassio e cloruro sono nei parametri mentre i globuli rossi e quelli bianchi convivono in santa pace. Ma lui, in forma non è.
Claim
mood
cool
gap
brainstorming
strategy
forse è colpa loro se non sta bene, il sentire quelle parole espandersi nell’open space e poi rimbalzare nella sua scatola cranica come tante palline da flipper, gli crea una sorta di allergia fisica. Si guarda intorno, Fausto. Ruota il busto di novanta gradi e dietro di lui, sul fondo, vede la stagista-letterina che parla tutta moine con Demiurgo Ferzetti, alias Dart Fenner, direttore creativo della Fantagenzia.
Gli scappa un ghigno da joker e scuote la testa. I soliti leccatori e leccatrici professionisti che mai si esitingueranno, mai mancheranno al mondo perché così è la vita, vero? Si passa tra le dita la boccettina del Lexotan come fosse il bastone di una majorette e si volta ancora: la stagista-letterina sorride al direttore creativo, sembra in preda a una paresi da frizz frame.
E Fausto li sente distintamente, i risolini striduli di lei che partono dopo ogni sillaba pronunciata da Dart.
Venduta, falsa come il tuo sorriso e il tuo sguardo adorante, tu che non sai nemmeno montare un lay out e sei qui da mesi, a fare questo lavoro di cui te ne frega troppo poco per farmi credere di essere onesta. Farlocca! Finta come un brillocco Del Prado!
Fausto stringe il Lexotan tra pollice e indice, ruota ancora il busto indietro di novanta gradi verso i due, sposta l' avambraccio e la mano, stretta intorno alla boccetta, fin oltre l’orecchio, prende la mira e lancia. Il Lexotan parte, proiettile di liquido e vetro, perfora l’aria, supera postazioni e computer. E sbaglia obiettivo.
Si scontra con il mantello nero di Dart Fenner ad altezza spalla e rotola integro al suolo, tra le zeppe dei sandali a schiava della stagista. Dart volta la testa in direzione di Fausto, poi guarda a terra e si piega, raccoglie la boccetta e gli si avvicina a grandi passi. Nella mente di Fausto, la colonna sonora della Morte Nera. Eccolo, Dart Fenner è davanti a lui, ora.
“Che fai, Fausto, giochi?”
“ Mmm nno, è che volevo restituire il Lexotan alla stagista, pensavo l'avrebbe preso al volo e… sai, l’ha dimenticato sul mio tavolo.”
“Ah. Una psicolabile, quindi.” sussurra Dart rigirandosi l’ansiolitico tra le mani. La stagista-letterina è ancora in piedi là in fondo, che ignora. E, solitaria, sorride.
“Ora capisco perché mi fissa sempre con quell’espressione vacua …”, continua Dart lanciandole occhiate da piccione: “Va be’, questo cambia tutto: volevo confermarla il prossimo mese, ma ne cercheremo una nuova, matti qui dentro non ne vogliamo. Noi ci vediamo domani per i claim, Fausto, che la forza sia con te”.
Demiurgo Dart si allontana.
Fausto è in apnea.
Cerca di distrarsi, lo sguardo sul foglio elettronico, ma niente, l’unica cosa che vede davanti a sé, adesso, è il sorriso ebete e fresco della stagista che presto appassirà, amen.
Sente puzza di merda, eppure non ci sono cani né incontinenti nei paraggi, questa volta è proprio lui. Si fa schifo, è un bastardo sega-stagisti, vergogna.
“Ciao Fausto, come stai?”
È lei, la stagista-letterina. Non hai nemmeno il coraggio di guardarla, Fausto, ammettilo, ti senti più verme di una tenia, viscido come un alligatore del Mississipi.
“Ciao, dimmi”, le rispondi con un filo di voce, gli occhi incollati al foglio elettronico dove hai appena digitato dei caratteri a caso, del genere lkzjlzdjfsjfsjfpdfo9hhugskjas.
“I need an advice, Fausty: domani è il mio birthday e faccio un private party al Millennium Falcon, il lounge bar preferito di Dart Fenner. Volevo invitarlo, che faccio? Gli forwardo l'invito o glielo dico face to face?”
Fausto la fissa. Muto.
Come per incanto, l’ossigeno torna in circolo, l’odore di merda scompare. Le di lui labbra si aprono: “ Di persona. Diglielo di persona”, le fa.
Si volta verso il monitor, la mente sgombra, il cuore che sa di piuma. E un sorriso alla sua coscienza.
Cheese, Fausto, cheese.
Brano musicale da abbinare alla lettura : You know my name, Chris Cornell, colonna sonora 007 Casinò Royale
LA VERSIONE DI LILIA
ovvero Lettera di congedo da un feticcio seconda parte

Caro Dart,
Ho letto la tua lettera in un momento topico della mia giornata: la manicure.
Quello che hai scritto mi coglie impreparata e mi lusinga, nel senso che non ho mai pensato ci fosse una storia tra noi. Infatti non ho mai parlato di te a Mario e Ulrico, i due ragazzi coi quali gestisco un rapporto di bigamia consapevole da otto mesi (anche perché, raccontare di un cinquantenne che si crede Dart Fenner e va in giro ansimando munito di mantello, credimi, è divertente ma non è facile).
In ogni caso, non preoccuparti per la scorta di Ventolin che hai lasciato a casa mia, l’ho consegnata stamattina alla tua portinaia.
Ps. Sono allergica alle jacaranda.
Ps2. Mi chiamo Leila, non Lilia.
LETTERA DI CONGEDO DA UN FETICCIO

Tre settimane fa.
Mezzanotte. La casa di Demiurgo Ferzetti, alias Dart Fenner, è immersa nel silenzio di una notte di aprile. In camera da letto, sua moglie Anna dorme già. Gli pare di sentirla respirare, di vedere il suo seno che, piano, sale e scende, gonfiato dal respiro regolare di chi sogna, inconsapevole. Dart Fenner corruccia la fronte e si gratta le sopracciglia con il dito indice.
Che poi, in realtà, Anna non è sua moglie. Il divorzio pesa ancora su cuore e conto in banca, prima di risposarsi bisogna pensarci un po’. Un po’ tanto. Due o tre ere geologiche possono bastare?
Eppure è come se lo fosse, sua moglie. Non a caso Demiurgo Ferzetti alias Dart Fenner ha un’amante. E come si fa ad avere un’amante se non si ha una moglie? Come si può volere il divorzio se non si è sposati? Come si fa a desiderare di non vivere più con lei se lei, esclusi i fine settimana, non vive con te? Nonostante sia il megadirettore creativo della più grande agenzia di pubblicità internazionale, questo genere di riflessioni gli provocano tachicardia e lo fanno sentire un cranioleso ubriaco.
Oggi è sabato sera, ha raccontato ad Anna che doveva stare in agenzia fino a tardi, sai tesoro, le campagne nuove, la responsabilità. E lei adesso è a casa sua, nella sua camera, nel suo letto, che lo aspetta e dorme con quell’aria da montanara rivestita in via della Spiga (è nata a Bolzano). Non l’ha ancora vista e già si sente soffocare, percepisce il respiro di lei sul collo come un soffio caldo quando l’estate è senza scampo e l’umidità viaggia intorno al novanta per cento e tu sei sudato e non puoi farti nemmeno una doccia perché l’acqua non c’è. Ė finita, lo sa che ormai con Anna è alla fine.
Invece, Lilia…ah, Lilia. Che ineffabile scoperta. Cosa non farebbe con Lilia, cosa non farebbe a Lilia. Lei e i suoi piedi sottili che starebbe a leccare per ore. Mica come quelli palmati di Anna, diciamocelo.
Lilia l’ha conosciuta sul set dello spot Tre. Tutti guardavano quella logolesa di Paris Hilton, lui con quell’organismo monocellulare c’era dovuto uscire anche a cena, ma in realtà, in realtà, sul set, le sue pupille erano incollate al culo della comparsa, così perfetto e rotondo che, quando lei camminava, dondolava come un pendolino ipnotico. Che bello averti conosciuto, Lilia.
E così era cominciata, con un sorriso alla comparsa, una sventolata di mantello nero Armani e un mazzo di jacaranda rosse, perché le rose le regalano tutti, ma non lui. E poi, la cena, in quel piccolo bistrot francese. Il resto, a seguire. Ah, Lilia.
Oggi
Tesoro mio,
faccia a faccia non riesco a dirti tutto quello che vorrei, per questo ti scrivo.
Il fatto è che, passata la scintilla, è finita la magia del momento in cui tutto è senza sbavi. Scusa se sono così diretto, ma ti sono sempre piaciuto per questo, no?
Non guardarmi così, mi pare di vederli, i tuoi occhi. Lo so che non te l’aspettavi ma l’amore è anche questo, imprevedibilità e dolore che ti fottono quando meno te lo aspetti. Resteremo amici, se vorrai, se non ti farà soffrire. Col tempo, lo so, ora è troppo presto.
Il fatto è che, vedi, ormai tra noi la confidenza è totale, non c’è centimetro del tuo corpo che io non abbia percorso, conosco la tua pelle come le pagine di un libro, ricordo alla perfezione il tuo sapore, come una poesia di Dylan Thomas. Ma da quando hai fatto quella pubblicità per la Geox, da quando quello sfigato inenarrabile ti crolla di fronte obnubilato dall’olezzo dei tuoi piedi e delle tue chanel tacco dodici, quando ti vedo, sento puzza tutt'intorno e vorrei svenire. Non riesco più a fare l’amore con una coi piedi così, capisci? Non riesco più a morderli, i tuoi piedi, comprendi?
Ferma, non ti affannare a dirmi che è tutta una messa in scena, che in realtà i tuoi piedi non hanno mai puzzato, non farlo perché non serve. Per me è la tua immagine, è l'idea che ho di te che non c’è più, per me adesso tu sei così e così ti vedo. Quando si legge un libro, pagina dopo pagina, le parole fomentano fantasia e immaginazione, costruiamo nella nostra testa regni infiniti e situazioni possibili. Ma se il libro diventa film, tutto si circoscrive in confini precisi, la fantasia è prigioniera per sempre e la faccia di Arturo Bandini di Chiedi alla Polvere resterà quella di Colin Farrel, il volto di Patrick Bateman di American Psycho apparterrà in eterno a Cristopher Bale. I tuoi piedi, saranno per sempre quelli dello spot Geox, Lilia.
Perdonami, che la forza sia con te.
Demiurgo-Dart

Le sette di un lunedì sera. Studio della dottoressa Sella. Davanti a lei, Paracelso, account supervisor della Fantagenzia Paracool.
“Ieri sono rientrato dopo tre settimane di corso a New York. Ė stato faticoso, ma almeno ho staccato dal solito tran tran asfissiante d’agenzia. La sera stessa sono andato dalla mia ragazza, sa, avevo tanta voglia di vederla. Mi ha preparato le linguine coi gamberi che mi piacciono tanto, poi abbiamo fatto l’amore e dopo, mentre fumava una Fortuna blu e programmava la radiosveglia sul cellulare, ha detto che secondo lei dovremmo andare a vivere insieme.
A vivere insieme.
Dottoressa, lei sa che io e Margherita ci frequentiamo da qualche anno, fin’ora tutto bene, lei non è un tipo possessivo, è indipendente e ha una serie di interessi personali che, diciamolo, la rendono ancora più desiderabile. Si veste da dio, Prada, Ralph Lauren e simili, è tecnologicamente avanzata, col suo Blackberry, la sua tv al plasma, il suo bilocale, regno di domotica.
Però questa cosa della convivenza, ecco, io non so, sono reduce da un matrimonio fallito che ha rovinato i primi cinque anni della mia trentina e… ora, lei capisce, non vorrei ricadere nel sacro vincolo e chissà, morire una seconda volta. Stanotte, poi, ho fatto un sogno terribile.”
“Che sogno?”
“Stavo sul baratro di un canyon. Ha presente Willie Coyote?”
La dottoressa Sella sorride. “Vada avanti.”
“Stavo sul baratro di un canyon con un tizio mai visto che pretendeva mi buttassi giù con lui. Non ricordo cosa diceva, ma parlava, parlava tanto, anche se io sentivo solo un brusio.
Mi sono sporto dal ciglio del canyon e ho visto un fiume in piena, qualcosa di molto poco rassicurante ma al di là di questo, non capivo perché avrei dovuto buttarmi. Tanto più che soffro di vertigini, lei lo sa. La cosa strana è che non chiedevo al tizio il perché della sua folle richiesta, semplicemente non mi buttavo. Finché lui mi infila in testa un caschetto arancione , mi spinge oltre il ciglio e salta con me. Lei ha mai fatto bungee jumping, dottoressa?”
“E lei?”
“Nemmeno. E mai lo farò. Mentre cadevo nel baratro del canyon mi sembrava che quegli attimi fossero senza fine, urlavo, urlavo e mi creda, ho provato ad allargare le braccia, come per volare, opporre resistenza, ma, si sa, la legge di gravità non perdona nemmeno in sogno.”
“…”
“Insomma, mi preparo all’impatto con l’acqua e invece di cadere nel fiume finiamo su un canotto.
Ha presente uno di quei canotti arancioni da rafting? Ecco, quello, con tanto di rapide incluse in puro canadian style. Mi sembrava di stare in un film di zero zero sette, solo che io non ero James Bond , non avevo una pistola per uccidere l’imbecille che mi accompagnava, né tantomeno una figa che mi distraesse dalla situazione paradossale. Intanto il tizio imbecille sorrideva con fare irritante e saputo. Come se non bastasse, mentre le rapide sbatacchiano il canotto, dalla mia valigetta esce il brief consegnatomi oggi dalla Del Prado per il prossimo spot sulle collezioni di baffi famosi. Questo mi ricorda che:
1) non so proprio con che faccia mi presenterò giù dai creativi per parlargliene
2) le mie giornate in agenzia sono fatte di dieci ore lavorative ma me ne servirebbero venti
3) ho lasciato aperta la finestra del mio ufficio con i lay out della presentazione Chocoloco Chippa Chups sulla scrivania e le previsioni del tempo davano nuvoloso al nord con forti precipitazioni.
Distratto da questi pensieri, mi accorgo in ritardo che lo scenario è cambiato. Lo capisco perché per poco non vengo travolto da un bufalo incazzato che poi scopro essere un toro. Un’ esperienza adrenalinica che mi mancava dai tempi della feria di San Fermin, a Pamplona quando avevo vent’anni. Solo che nel sogno
eravamo in un’arena con pubblico urlante,
non avevo certo scelto di andarci,
non avevo bevuto quel tanto di sangria necessaria a rendermi irresponsabile
non ero con Lorenzo e Paolo, cari amici dell’università, ma con un emerito sconosciuto, per di più idiota.
E non creda che sia finita.”
“Ah no?”
“No. Mentre cerco di evitare che lo zoccolo anteriore destro di uno splendido esemplare di toro bravo di Lidia mi spappoli il braccio, vedo il tizio che mi fa strani cenni e sparisce in una buca. Un riparo, finalmente!
Mi ci tuffo dentro e, non so come, un secondo dopo sbuchiamo nel mezzo del bush australiano inseguiti da un’orda di canguri impazziti mentre il tizio imbecille che mi accompagna sembra divertirsi un mondo, corre e parla, lui, e io lo seguo perché non mi resta altro da fare. A quel punto realizzo che, come me, anche lui ha la cravatta ma è vestito da donna. Il che significa che ha saltato il canyon in gonna e cravatta, cavalcato le rapide in gonna e cravatta , schivato tori e canguri in gonna e cravatta. E io dietro, come un coglione. Come se non bastasse, prima che possa dire no, mi trovo a perforare la terra come una talpa al seguito di questo idiota abbigliato da stronzo, finché sbuchiamo davanti alla torre di Pisa dove ci accolgono una ragazzotta con grembiule, birra in mano e treccine in testa e un tizio con gonnellino scozzese e cornamusa.
Mi sveglio, la maglietta zuppa di sudore e il letto talmente umido e sottosopra che sembra sia passato lo tsunami.”
“Che tipo è la sua ragazza? Parsimoniosa?”
“Mmm. Non proprio.”
“E oltre a chiederle di andare a vivere insieme, per caso le ha proposto di aprire Conto Arancio?”















