L’UOMO INVISIBILE

“ Che cosa vuol dire?” Mino indica il cartellone pubblicitario della Sony attaccato a una pensilina del quartiere di Soho.
“Your dad is not a horse’s behind” legge la guida e poi ride saputa, con quell’aria di chi è un passo avanti agli altri perché sa bene l’inglese. “Significa Tuo padre non è il didietro di un cavallo. Carina.”
Tutti quelli del gruppo ridono.
“Didietro sta per il culo del cavallo, vero?”, chiede il ragazzo grasso con il marsupio, di fianco alla guida.
“Sì, è un modo ironico per dire che, se vuoi fotografare bene tuo padre o chiunque altro e non la prima cosa a caso, con questa camera non sbagli perché ha una messa a fuoco quasi intelligente”, spiega la guida proseguendo la sua camminata lungo Mercer Street.
Il gruppo Maxitour la segue, non la molla nemmeno un attimo, meglio non perdersi, dopo tutto nessuno di loro è mai stato a New York.
Mino è bloccato, gli occhi incollati alla pubblicità della Sony. Fissa il padre, di fianco al culo del cavallo, l’uomo che la fotocamera non ha messo a fuoco.
Quell’uomo, è lui.
Lui, nella vita, non lo ha mai messo a fuoco nessuno. Sente le spalle tremare, lo sguardo in preda a una vertigine momentanea, come quando stai per aprire una porta chiusa e sai bene che quello che ci vedrai dietro ti piacerà poco.
Quand’era bambino. Quand’era alle superiori. E dopo, al lavoro. Lui era l’Uomo Invisibile, così lo chiamavano i compagni alle elementari con la cattiveria pura dei loro anni, la potenza infantile di chi, con due parole, può trasformare un eroe della Marvel nel più grande dei derelitti. Perché lui è senza contorni precisi, non resta impresso a nessuno, mai.
Lui non era quello che faceva Tana Libera Tutti a nascondino, non aveva mai vinto una partita a biglie sulla spiaggia, non aveva strappato una risata all’oratorio, non era mai stato additato a eroe, dalla sua bocca non uscivano frasi gentili che gli ingraziassero le bambine. Dino, lo chiamava il suo professore di matematica all’istituto per geometri. “Mino, sono Mino”, provava lui, quasi scusandosi, come se l’errore fosse suo, che non sapeva trasmettere a chi gli stava di fronte chi fosse davvero. E le donne? Solo a pensarci gli veniva da ridere. A volte da ragazzo gli piaceva immaginare se stesso chiuso nella tuta bianca di Armstrong e muovere i primi passi sulla superficie liscia del ventre di sua cugina, ecco sto per raggiungere la curva morbida dell’ombelico, e più su il costato, vedo l’ombra del seno che… Una volta era andato a puttane. Perché comunque a quarantatre anni non poteva vivere così, gli sembrava di averlo scritto in fronte come un marchio di infamia, camminava e gli pareva che le donne per strada, i ragazzi che correvano fuori da scuola e gli uomini che imboccavano le scale della metropolitana, lo liquidassero tutti con uno sguardo rapido, eloquente quel tanto che bastava a lasciare intendere che sapevano che lui, con una donna, non c’era stato mai. E così lo fece, di mala voglia. Perché bello non fu, lei era annoiata e scialba, non lo guardò in faccia mai e fu tutto così meccanico e insapore. Sono passati sette anni e di quella sera gli resta solo l’odore di tabacco stantio e il ruvido del copriletto a fiori in una stanza di motel.
L’anno scorso, nella foto ricordo dell’ufficio, di lui era rimasta solo una fetta. Un pezzo di braccio e una porzione di gamba, tutto lì, il fotografo aveva stretto l’inquadratura e amen.
A volte gli viene da chiedersi perché la vita non manca mai di farti presente che sei solo il frammento di un tutto che non ti appartiene. E così vorrebbe prendere un pennarello giallo fluo e con quello segnarsi il profilo del corpo, farci intorno un alone perché lui, invece, appartiene alla vita.
Non sono il culo di un cavallo, non lo sono, cristo!
Mino è ancora ritto, di fronte al poster pubblicitario. Della guida e degli altri del gruppo vacanze Maxitour restano sagome sul fondo di un marciapiede squagliato dal sole. Ecco, vanno, loro, nemmeno si sono accorti. Corri, Mino, corri, che sennò li perdi! Una donna con un vestito azzurro cammina frettolosa in senso opposto al suo e lo urta per sbaglio. Si ferma, gli sorride: “Sorry”, dice, e aggiunge qualcos’altro che suona come una domanda ma lui non capisce, lei gli appoggia la mano sulla spalla ma lui capisce solo sorry , e va bene così, ciao signora, sorry, nessuno gli ha mai chiesto scusa a quel modo. Mino fa qualche passo ancora, poi si ferma. Da una macchina esce una musica che non conosce mentre il sole delle cinque invade Mercer Street, un riflesso caldo sulle vetrine dei negozi e dei bistrot stile francese.
Era tanto che non vedeva una luce così bella.

MöTORöLA
Mia madre sorride. La sua mano tesa verso di me stringe un Motorola Razor nero, vecchio di appena un anno. Te lo regalo, dice.
Mia madre adora i cellulari pur non sapendoli usare. Il suo è un amore estetico e basta. Ama l'oggetto in sè lei, come fosse un braccialetto, le piace tenerlo tra le dita, guardarlo, aprirlo e dire Pronto! mentre indice e medio sfiorano la superficie liscia esterna. Potrebbe avere le funzioni di un telefono a gettoni formato mignon che sarebbe uguale.
Fatto sta che ogni anno mio padre gliene regala uno perchè sa di questa sua debolezza.
Fino a l'anno scorso mia madre possedeva un Samsung a panino di dimensioni lillipuziane che per leggere lo schermo bisognava essere Superman-dotati. Quando è arrivato il Motorola Razr, quel Samsung è passato a me. Sono anni che non compro un cellulare, tanto so che ogni anno uno di seconda mano bussa alla mia porta.
Ci avevo messo una settimana per insegnarle a mandare essemmesse, poi sul suo Razor le ho impostato il T9 e lei ha disimparato. Non ce la faccio, escono parole senza senso, mi fa confusione, diceva. Povera mammina antitecnologica.
Antitecnologica una cippa.
"Ciao, ich sarkaum boo la üble? Noi äh teehamm dataevi alla Solari. Bach." Fisso il display del mio Motorola Razor second hand. Quel messaggio l'ho scritto io e non parlo olandese, tedesco, finnico, svedese, norvegese o danese. E allora com'è che ho prodotto una simile frase volendo scrivere solo" Ciao, hai sentito la Vale? Noi ci vediamo davanti alla Solari. Baci"?
Chiamo la signorina della Motorola e le faccio la domanda. Ella risponde così: "Semplice, basta che ti abbiano venduto un Motorola Razor con software tarato per il mercato tedesco."
L'OTTICA IMPARZIALE DELLA VITTORIA
Stamattina, Cannavaro e Gattuso , in mutande sul solito manifesto D&G, sprizzavano bellezza, autorevolezza e intuito da ogni pixel.
VIVA LA BIRRA, ABBASSO GLI AMARI





Un setter inglese apre il frigo e porta via la birra per poi sotterrarla in giardino. Perchè? Perchè così il padrone, che è Heineken addicted e deve scendere al bar per bersene una, porta a passeggio la bestiola. Che non è la sola a servirsi di simili stratagemmi.
Nel panorama pre elettorale costellato di spot di amari vacui e triti, dove una gnocca riccioluta lecca la mano al tipo di una bionda-capello liscio dicendo "yeah" (tutto a posto lì dentro? A sinapsi come stiamo?), l'altra, presa da raptus, si mette a ballare il tango al palio di Siena e i soliti amici di merende, che non hanno un cazzo da fare, vanno in giro col bielica a risolvere imprese viscontesche sbevazzando amaro a go-go, questo trenta secondi è una boccata d'aria e di ironia.
La strofa degli Estopa qui sotto sembra fatta apposta per dirlo:
Siempre bebemos mas cerveza de la que podemos tragar
vaya puta borrachera hemos cogido
ya no veo de cerca ni de lejos
no veo nada nada de na
Pero pienso luego aun existo
FAVORIAMO LO SCAMBIO DI COPIA
No, non è un refuso, la p è una sola. Se vivete a Milano e prendete la metropolitana, vi capiterà di leggere City.
Bene, oggi a pagina 25 del giornalino free press, di fianco a due mirabili critiche cinematografiche di Guzzano c'è una bella pubblicità della Fnac che dice: "Fnac favorisce lo scambio di copia." E sotto si legge "dal 9 al 29 marzo per ogni libro che porti alla Fnac ricevi un buono sconto di 3 euro per un nuovo acquisto in libri di almeno 15 euro (spendibile fino al 29 marzo). Tutti i libri raccolti saranno scambiati nel cuore della tua città domenica 23 aprile 2006, Giornata Mondiale del Libro. Segnati questa data! E dal 10 aprile scopri tutti i dettagli di un imperdibile evento su www.fnac.com.
Come diceva il buon Troisi, mo' me lo segno.
A ME MI PIACE
A. A. A. cercasi disperatamente su internet, scopo link serio, spot della pubblicità Bmw Serie 3 con la macchina a forma di uomini che corrono. E gli uomini che corrono, a forma di macchina. Pay off: La forza si fa strada. Astenersi Fiat Duna e Skoda Felicia, no perditempo.
DONNE, È ARRIVATO L’ARROTINO!
Giuro, stamattina nella via, Milano centro, c’era la voce dell’arrotino che rimbombava tra i palazzi, sovrastava macchine e suoni. Che dire, io mi sono commossa e immalinconita. Di una malinconia dolce, però.