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L'Uomo Del Monte ha smesso di dire sì

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Utente: Pepissima
Di certo, comprare una raccolta Del Prado non mi aiuterà a capirlo.
Niccolò Ammaniti, Arturo Bandini, Bret Easton Ellis, Kafka, Chuk Palahniuk, Calvino,
Don De Lillo, Hemingway, Amelie Nothomb, Buzzati, Stefano Benni, l' Aleph, Nick Hornby, Salinger, Il bar sotto il mare, Pasolini, Fango, Fitzgerald e Zelda, Un bacio al mondo, L'Odissea, Lamento di Portnoy, Radiguet, Giovanni Drogo, Carver, Houellebecq, Graham Green, Eduardo Mendoza,
l' Edipo Re, Superwoobinda,
John Fante, forse sì.

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giovedì, 08 febbraio 2007

FANTAGENZIA PARACOOL ― SENZA VIA DI SCAMPO



FaustoCopy guida la sua Passat blu nel traffico a gorghi di una domenica milanese.
Al suo fianco è seduta la Morosa, occhiali da sole, nonostante la pioggia, e minigonna formato iPod nano, nonostante la brina. Al momento, è impegnata al cellulare in una conversazione taglia e cuci con la sua amica del cuore.
Fausto sa che non c’è scampo. Oggi è giorno di penitenza, inutile attivare lo sforzo creativo per trovare vie di fuga. Oggi tocca andare all’Ikea.
Se ci sono tre cose che Fausto odia, sono:
la pioggia
il traffico
l’Ikea.
Il pomeriggio quindi si preannuncia perfetto nella sua totale ostilità.
Dopo un’ora e mezza di coda, la Passat di FaustoCopy fa il suo ingresso al parcheggio dell’Ikea di Corsico che pare quello dello Stadio Meazza prima del concerto dei Rolling Stones.
Alla vista di tanto mal di dio, FaustoCopy sente l’ansia che monta e il battito cardiaco che accelera. La claustrofobia, il panico da folla, ecco che arriva. Meglio abbassare il finestrino in cerca di aria.
Fausto curva a destra a caccia di un parcheggio, intanto inspira ed espira, vorrebbe essere un monaco zen sul monte Fuji. Focalizzare, deve focalizzare, deve pensare a qualcosa che non sia il caos, la gente con gli scatoloni sui carrelli, la schiera di macchine vuote che scorrono ai lati della sua Passat.
La Morosa intanto ha finito la telefonata : “Come mai non hai trovato ancora parcheggio?” Esordisce così.
Come mai.
"Come mai" è una domanda che a Fausto non è mai piaciuta perché spesso non può avere risposta. Fausto rispolvera le situazioni in cui gli è stato rivolto un “come mai” inutile negli ultimi venti giorni.
 
Situazione uno. 
Fausto: ho provato a chiamare l’assistenza clienti della Tim ma è tre ore che è occupato. 
Sua madre (stupita): come mai?
Situazione due. 
Fausto: fossi in te, questa gonna rosa shocking con applicazioni zebrate non la comprerei. 
Morosa (stupita): come mai?
Situazione tre.  
Fausto: son cinque anni che non mi date un aumento. 
Direttore Creativo Demiurgo Ferzetti, detto Dart Fenner (stupito): come mai?
 
In genere Fausto risolve così: sorride con un ghigno e non risponde. Ma questo pomeriggio, di fronte alla bolgia di seminatori di discordia che si aggirano automuniti, non riesce nemmeno a simularlo, il ghigno.
“Guarda là!”, grida la Morosa puntando il dito come una rabdomante, “mi pare ci sia un posto laggiù!”
“Dove?” Fausto segue la direzione che indica l’unghia smaltata di lei e gli sembra ci sia davvero, lo spazio tra una Peugeot rossa e un suv nero. Accelera, si avvicina, fa per ficcarsi sul rettangolo di cemento e invece.
Invece, no.
Perché appena impostata la curva la vede. La macchina furba.
Quella figlia di playmobil a quattro ruote. Bianca e nera, la Smart è lì, che occupa un parcheggio normale e ne riempie metà. La metà che Fausto non poteva vedere, chiaro. La metà che manca perché ci stia la sua Passat.
Ci pensa un attimo su: in effetti tutti quelli che hanno la Smart, uomini o donne che siano, gli stanno sul cazzo. Ė la macchina del furbetto creata per il furbetto, quello che ti supera caracollando sul  suo mezzo nanizzato e che ti fa uno sberleffo mettendo la freccia di straforo, proprio mentre stai per svoltare. Dovrebbero vietare i parcheggi alle Smart, ecco cosa. Almeno i parcheggi a pettine o quelli sotto casa sua, sul Naviglio, o questi all’Ikea.
“Io inizio a scendere”, fa la Morosa.
“Tu cosa?”, dice Fausto.
Lei, scende, dice. Si porta avanti. Mica può stare un’ora nel parcheggio ad aspettare che Fausto trovi un buco per la macchina. Lei deve andare all’Ikea, ci sono la Storm e la Orgel che l’aspettano. E se poi finiscono i Gunntorp?
Si allunga verso di lui, gli appioppa un bacio sulla bocca e sorride socchiudendo gli occhi verdi, quel verde a cui Fausto non può opporsi.
Fausto la guarda allontanarsi sotto la pioggia, la minigonna di jeans e quell’incedere dinoccolato da bambina.
Un po’ vorrebbe insultarla, lei, e questo cazzo di parcheggio, e le Smart, e l’Ikea, che invade i fine settimana. Che poi, lo svedese, si presta benissimo: Koksvik che non sono altro, Billy emeriti, Fjärden di puttana,  teste di Gunntorp!
E mentre è lì, immobile e distratto, una Smart lo supera e gli frega il parcheggio appena liberatosi sulla destra.
“Gunntorp!”, grida Fausto in uno svedese perfetto.
“Fausto, sei tu?” Dalla Smart parcheggiata è appena sceso un uomo: è Demiurgo Ferzetti, alias Dart Fenner, direttore creativo della Fantagenzia Paracool. Chiude la sua minicar e, avvolto nel mantello impermeabile nero Armani, si avvicina a Fausto.
“Fortuna che ti eri imbambolato, altrimenti chissà quando lo trovavo, il parcheggio!”
“Ma tu non hai il Mercedes Pagoda?” gli chiede Fausto, il gomito appoggiato al finestrino.
“E secondo te sono così scemo da usarlo per venire all’Ikea di domenica?”
“Ah bè, giusto.”
“Fatti furbo, Fausto, compra una Smart.”
postato da: Pubblivora alle ore febbraio 08, 2007 15:13 | link | commenti (24)
categorie: fantagenzia paracool, vita di marca
mercoledì, 18 ottobre 2006

%¶Á⇔Î


 “Leggere le avvertenze prima dell’uso. potrebbe avere effetti collaterali anche %¶Á⇔Δ
"Anche" come, scusa?
No perché non si è mica capito.
La signorina del voice over, quella che ha letto le avvertenze a fine pubblicità dell’Aspirina effervescente, si è mangiata l’ultima parola come fosse un oliva all’ascolana in tempi di happy hour.
Leggere le avvertenze prima dell’uso, potrebbe avere effetti collaterali anche %¶Á⇔Î.
C’è una A in mezzo e c’è una I in fondo, ma vai a sapere cosa intendeva con %¶Á⇔Î.
Non vorrà mica dire quella parola, vero?
Ecco, non fare la solita allarmista ipocondriaca del cazzo che va subito a pensare il peggio. Rilassati, respira, non è che la speaker l’ha fatto per dispetto e voleva dire quella cosa lì, il punto è che il secondaggio dedicato alle avvertenze è un attimo, lo sai anche tu, uno zic in cui bisogna dire tutto come se la lingua andasse a novantanove mega.
Dunque, vediamo:  %¶Á⇔Î... %¶Á⇔Î.
Ci sono.
Leggere le avvertenze prima dell’uso, potrebbe avere effetti collaterali anche bravi. Dei bravi effetti collaterali che non disturbano, ecco. Sono mansueti e si fanno accarezzare.
Oppure  Leggere le avvertenze prima dell’uso, potrebbe avere effetti collaterali anche soavi. Quindi tu prendi un’ aspirina e ti senti bene, rilassata, ridi.
Anche se quello è più l’effetto collaterale di una canna o del Serenase.
Leggere le avvertenze prima dell’uso, potrebbe avere effetti collaterali anche rasi. Nel senso: minimi, minimissimi effetti collaterali, niente di trascendentale, praticamente rasoterra. Appunto.
E se fosse Leggere le avvertenze prima dell’uso, potrebbe avere effetti collaterali anche su avi? Cioè, il bisnonno tumulato da tempo, riceverebbe un aura benefica dalla somministrazione di un’aspirina alla pronipote. Carino, un po’ lugubre ma chissà.
 
Dai.
 
Piantala.
Trangugi aspirine come fossero M&M’s e sai benissimo cos’è quella parola lì. Dilla, dai.
Gravi.
Dillo alla tua coscienza: gra―vi.
Ripeti bene: grra-vi.
Gravi come gengiviti, riduzione delle piastrine, ronzii alle orecchie e ritardo di parto, apparato gastrointestinale con emorragia, varie eruzioni cutanee, indesiderati (e inimmaginabili) effetti non descritti nel foglietto illustrativo.
Mai sentito prima d’ora in una pubblicità?
Che vuol dire,  c’è una prima volta per tutto.
Come? Ti ronzano le orecchie? Avverti un’eruzione cutanea incipiente?

Allora, la prossima volta, evita di emulare Faustocopy qui sotto e fare serata trangugiando una bottiglia di pinot bianco cuvet e una di traminer aromatico  accompagnata  da birretta Menabrea e una dozzina di Marlboro fresche, una in fila all’altra.
postato da: Pepissima alle ore ottobre 18, 2006 17:20 | link | commenti (31)
categorie: vita di marca
mercoledì, 26 luglio 2006

MöTORöLA

Mia madre sorride. La sua mano tesa verso di me stringe un Motorola Razor nero, vecchio di appena un anno. Te lo regalo, dice.
Mia madre adora i cellulari pur non sapendoli usare. Il suo è un amore estetico e basta. Ama l'oggetto in sè lei, come fosse un braccialetto, le piace tenerlo tra le dita, guardarlo, aprirlo e dire Pronto! mentre indice e medio sfiorano la superficie liscia esterna. Potrebbe avere le funzioni di un telefono a gettoni formato mignon che sarebbe uguale. 
Fatto sta che ogni anno mio padre gliene regala uno perchè sa di questa sua debolezza.
Fino a l'anno scorso mia madre possedeva un Samsung a panino di dimensioni lillipuziane che per leggere lo schermo bisognava essere Superman-dotati. Quando è arrivato il Motorola Razr, quel Samsung è passato a me. Sono anni che non compro un cellulare, tanto so che ogni anno uno di seconda mano bussa alla mia porta.
Ci avevo messo una settimana per insegnarle a mandare essemmesse, poi sul suo Razor le ho impostato il T9 e lei ha disimparato. Non ce la faccio, escono parole senza senso, mi fa confusione, diceva. Povera mammina antitecnologica.

Antitecnologica una cippa.

"Ciao, ich sarkaum boo la üble? Noi äh teehamm dataevi alla Solari. Bach." Fisso il display del mio Motorola Razor second hand. Quel messaggio l'ho scritto io e non parlo olandese, tedesco, finnico, svedese, norvegese o danese. E allora com'è che ho prodotto una simile frase volendo scrivere solo" Ciao, hai sentito la Vale? Noi ci vediamo davanti alla Solari. Baci"?
Chiamo la signorina della Motorola e le faccio la domanda. Ella risponde così: "Semplice, basta che ti abbiano venduto un Motorola Razor con software tarato per il mercato tedesco."

postato da: Pepissima alle ore luglio 26, 2006 11:59 | link | commenti (23)
categorie: tante belle cose, vita di marca
lunedì, 24 luglio 2006

MAL DI TESTA

Datemi un Moment

datemi un Antalgil

datemi un Levadol

datemi un Dolocyl

datemi un Ibuprofendotato

datemi un Totodol

datemi un Eprofen

datemi un Sulidamor

datemi un Transcop

datemi un Aulin.

postato da: Pepissima alle ore luglio 24, 2006 15:05 | link | commenti (26)
categorie: facciamoci del male, vita di marca
giovedì, 13 luglio 2006

BANG!

L'altro giorno mi invita a cena un'amica. Dobbiamo festeggiare la vittoria della nazionale dice, che mi ha messo di buon umore, dice. Ci sto.
 "Va bene se ti faccio una frittata di zucchine, le melanzane capperi e pomodoro e una bella caprese di bufala?". Va benissimo.  
Citofono da lei alle nove. Alle nove e due minuti sono davanti alla porta di casa sua,  bottiglia di vermentino fresco in mano. Allungo il dito verso il campanello e al posto del solito plin plon parte un boato. Se ha pensato di rendersi interessante sostituendo la vecchia suoneria con qualcosa che riproduce lo scoppio di una bomba all'idrogeno, ha toppato sicuro. Se invece quella non era la nuova suoneria del campanello, son cazzi puri.
Giro la maniglia, la porta è aperta. E
ntro in cucina e mi trovo davanti uno scenario da terza guerra mondiale: melanzane trucidate alle pareti,  pozze d'olio sul pavimento, schizzi truculenti di pomodoro dappertutto, sedie impallinate dai capperi.
"Mi è esplosa la padella..." fa lei.
"Ve- vedo", dico io.
"Nessun problema, tanto adesso puliamo tutto col Gillit Bang". E inizia a spruzzare il liquido magico. Il liquido magico e lo straccetto che lo segue fanno scomparire tutto in perfetto stile salagadula. Ora cosa ci sia dentro il Gillit Bang non lo voglio sapere, sicuramente qualcosa di radioattivo  protonucleare, fatto sta che a quel punto, io ho fermato l'immagine. L'immagine della cucina devastata dalle melanzane, la faccia concentrata ma serena della mia amica che pulisce, la mia espressione basita. Un momento, questo è uno spot tv, io sono dentro a uno spot del Gillit Bang! Com'è 'sta storia?
Non so, io al suo posto avrei detto qualcosa tipo " Nessun problema, tanto c'è la frittata con le zuccine e la caprese di bufala" oppure "diosanto che paura, apriamo la finestra che mi pare di stare al G8 coi fumogeni e comunque abbiamo la frittata con le zucchine e la caprese di bufala" o "questa padella è di epoca rinascimentale, dovevo immaginarlo, meno male che ci sono la frittata e la caprese di bufala."  
E invece no, invece questa pulisce. Finito di lindare mi fissa e si dà una grattata al naso: " Senti, ti va bene se ci facciamo pomodori e jocca e brindiamo a noi col tuo vermentino?  La bufala mi son dimenticata di comprarla e la frittata non l'ho fatta perchè le uova erano di un colore strano, sai, stavano in frigo da almeno tre mesi."
Cin cin.

postato da: Pepissima alle ore luglio 13, 2006 11:35 | link | commenti (25)
categorie: facciamoci del male, vita di marca
giovedì, 15 giugno 2006

SALMONE FRESCO DELL'IKEA

Capita che l'altra sera il moroso e io, stravolti e tumefatti da stress e calura, apriamo il frigo in cerca di ispirazione.
E dal primo ripiano in basso a salire vediamo, nell'ordine:

fragole del  giurassico rosa e blu (effetto criogenizzante post glaciazione)

birre Moretti e Menabrea nonchè una bottiglia di Gewurtztraminer (intatte e ben conservate)

parmigiano reggiano formaggini dieta non identificati pecorino di Pienza in crosta (nel senso che c'era solo la crosta)

yogurt scaduti e prosciutto sprecato (un tempo freschissimo, ora disidratato).

Ultima speme, il freezer che apriamo guardinghi: sopresa. Due belle confezioni di tranci di salmone alle erbe dell'Ikea comprate, è vero, una settimana fa. Niente a che vedere col sushi dello Zen o dell'Hama nè tanto meno con i gamberi di mia madre ma meglio di prosciutto essicato e fragole dadaiste.

Apriamo le pratiche confezioni parallelepipoidali provenienti dal reparto gastronomia del mobilifico più conveniente e creativo del ventunesimo secolo e poniamo i trancetti in una pirofila. Scaldiamo il forno e nel mentre, io.
Apparecchio. 
Accendo lo stereo. 
Vado in camera e ripongo nell'armadio i miei jeans abbandonati sul letto.
Vedo il mio libro sulla sedia e chissà perchè lo sposto sul tavolo.
La gatta Bertux detta Crepe Suzette mi sbadiglia in faccia e io la accarezzo.
Torno in cucina. Sento uno strano odore provenire dal mio moroso. Egli sa di mare, di pesce di quell'odore sgradevole di sardina avizzita che non viene via nemmeno se prendi un litro di last al limone e te lo spalmi tipo olio levigante per il corpo in lungo e in largo. 
È solo in quel momento che realizzo la vera verità e mi rivedo, pochi minuti or sono, le mani nude che stringono i trancetti e li sistemano nella pirofila di vetro. Annuso le mie mani e capisco di essere vittima dello stesso destino, sento lo stesso effluvio portuale che avvolge arti e chioma del fiancè. Cazzo.
Mi avvicino a tavola e annuso piatti e posate come un segugio: pare di stare al mercato del pesce. Mi avvicino allo stereo e inspiro la manopola: eau de mer. Torno in camera e odoro le ante dell'armadio nonchè i jeans riposti: profumo di sale profumo di mare che sta sulla pelle che sta sulle palle. Avvicino il naso al libro che ho spostato sul tavolo: sembra uscito fresco fresco dalle reti di padron 'Ntoni.
Dietro di me la gatta Crepe Suzette miagola come un'ossessa: sa tutta di pesce anche lei e forse le andrebbe anche di assaggiarlo, il trancetto.
Cara Suzette, è tutto tuo, ti lascio la mia cena di mare senza rimpianti, fai pure.

Ora, non so se io ho un olfatto particolarmente sviluppato ma altro che Svezia: sono passati due giorni e qui da me sembra di stare al porto di Aci Trezza sotto vento.

postato da: Pepissima alle ore giugno 15, 2006 17:25 | link | commenti (8)
categorie: vita di marca
mercoledì, 07 giugno 2006

RICETTINA VELOX

Se anche tu, colta/o da fame chimica pur senza aver aspirato nulla, arrivi a casa con patatine, cannoncini pizzette torte salate muller thurgau e gewurtztraminer nello stomaco, significa che sei
stata/o a una festa. Come me.
Ma se hai ancora fame, almeno tu, non iniziare ad armeggiare instabilmente (cfr muller e gewurtz) in cucina. Non aprire il frigo alla ricerca di, vediamo un po', qualcosa che riempia ma senza esagerare. Se te ne esci con un "ecco, trovato", il danno è fatto: spaghetti col Philadelphia allo yogurt è stato il mio. Lo so, non dire nulla.
Già vedo il tuo volto accartocciato davanti a queste parole, la cara vecchia Kaori che si gira nella tomba come un polletto allo spiedo e la signorina  sulla confezione De Cecco che vorrebbe imbavagliarmi col bandana rosso che ha in testa e frustarmi con gli spaghetti alla chitarra. A questo punto, desisti. Non fare come me che, imperterrita, butto in acqua bollente e salata gli spaghi e scollo (con doppia elle) il Philadelphia dalla vaschetta per poi adagiarlo in un piatto fondo. Darsi un tono aggiundendoci del pepe, non servirà a niente. Scolare la pasta è un errore. Versarla nel piatto, peggio. Assaggiarla di più.
Decidi anche tu di abbandonare il piatto al suo destino e vai a letto. 

Se poi la mattina arrivi in cucina e vedi la tua gatta con le vibrisse sporche di Philadelphia e uno spaghetto in bocca a penzoloni, non stupirti. Da qualcuno avrà pur preso.

postato da: Pepissima alle ore giugno 07, 2006 11:18 | link | commenti (16)
categorie: vita di marca