





MöTORöLA
Mia madre sorride. La sua mano tesa verso di me stringe un Motorola Razor nero, vecchio di appena un anno. Te lo regalo, dice.
Mia madre adora i cellulari pur non sapendoli usare. Il suo è un amore estetico e basta. Ama l'oggetto in sè lei, come fosse un braccialetto, le piace tenerlo tra le dita, guardarlo, aprirlo e dire Pronto! mentre indice e medio sfiorano la superficie liscia esterna. Potrebbe avere le funzioni di un telefono a gettoni formato mignon che sarebbe uguale.
Fatto sta che ogni anno mio padre gliene regala uno perchè sa di questa sua debolezza.
Fino a l'anno scorso mia madre possedeva un Samsung a panino di dimensioni lillipuziane che per leggere lo schermo bisognava essere Superman-dotati. Quando è arrivato il Motorola Razr, quel Samsung è passato a me. Sono anni che non compro un cellulare, tanto so che ogni anno uno di seconda mano bussa alla mia porta.
Ci avevo messo una settimana per insegnarle a mandare essemmesse, poi sul suo Razor le ho impostato il T9 e lei ha disimparato. Non ce la faccio, escono parole senza senso, mi fa confusione, diceva. Povera mammina antitecnologica.
Antitecnologica una cippa.
"Ciao, ich sarkaum boo la üble? Noi äh teehamm dataevi alla Solari. Bach." Fisso il display del mio Motorola Razor second hand. Quel messaggio l'ho scritto io e non parlo olandese, tedesco, finnico, svedese, norvegese o danese. E allora com'è che ho prodotto una simile frase volendo scrivere solo" Ciao, hai sentito la Vale? Noi ci vediamo davanti alla Solari. Baci"?
Chiamo la signorina della Motorola e le faccio la domanda. Ella risponde così: "Semplice, basta che ti abbiano venduto un Motorola Razor con software tarato per il mercato tedesco."
MAL DI TESTA
Datemi un Moment
datemi un Antalgil
datemi un Levadol
datemi un Dolocyl
datemi un Ibuprofendotato
datemi un Totodol
datemi un Eprofen
datemi un Sulidamor
datemi un Transcop
datemi un Aulin.
BANG!
L'altro giorno mi invita a cena un'amica. Dobbiamo festeggiare la vittoria della nazionale dice, che mi ha messo di buon umore, dice. Ci sto.
"Va bene se ti faccio una frittata di zucchine, le melanzane capperi e pomodoro e una bella caprese di bufala?". Va benissimo.
Citofono da lei alle nove. Alle nove e due minuti sono davanti alla porta di casa sua, bottiglia di vermentino fresco in mano. Allungo il dito verso il campanello e al posto del solito plin plon parte un boato. Se ha pensato di rendersi interessante sostituendo la vecchia suoneria con qualcosa che riproduce lo scoppio di una bomba all'idrogeno, ha toppato sicuro. Se invece quella non era la nuova suoneria del campanello, son cazzi puri.
Giro la maniglia, la porta è aperta. Entro in cucina e mi trovo davanti uno scenario da terza guerra mondiale: melanzane trucidate alle pareti, pozze d'olio sul pavimento, schizzi truculenti di pomodoro dappertutto, sedie impallinate dai capperi.
"Mi è esplosa la padella..." fa lei.
"Ve- vedo", dico io.
"Nessun problema, tanto adesso puliamo tutto col Gillit Bang". E inizia a spruzzare il liquido magico. Il liquido magico e lo straccetto che lo segue fanno scomparire tutto in perfetto stile salagadula. Ora cosa ci sia dentro il Gillit Bang non lo voglio sapere, sicuramente qualcosa di radioattivo protonucleare, fatto sta che a quel punto, io ho fermato l'immagine. L'immagine della cucina devastata dalle melanzane, la faccia concentrata ma serena della mia amica che pulisce, la mia espressione basita. Un momento, questo è uno spot tv, io sono dentro a uno spot del Gillit Bang! Com'è 'sta storia?
Non so, io al suo posto avrei detto qualcosa tipo " Nessun problema, tanto c'è la frittata con le zuccine e la caprese di bufala" oppure "diosanto che paura, apriamo la finestra che mi pare di stare al G8 coi fumogeni e comunque abbiamo la frittata con le zucchine e la caprese di bufala" o "questa padella è di epoca rinascimentale, dovevo immaginarlo, meno male che ci sono la frittata e la caprese di bufala."
E invece no, invece questa pulisce. Finito di lindare mi fissa e si dà una grattata al naso: " Senti, ti va bene se ci facciamo pomodori e jocca e brindiamo a noi col tuo vermentino? La bufala mi son dimenticata di comprarla e la frittata non l'ho fatta perchè le uova erano di un colore strano, sai, stavano in frigo da almeno tre mesi."
Cin cin.
SALMONE FRESCO DELL'IKEA
Capita che l'altra sera il moroso e io, stravolti e tumefatti da stress e calura, apriamo il frigo in cerca di ispirazione.
E dal primo ripiano in basso a salire vediamo, nell'ordine:
fragole del giurassico rosa e blu (effetto criogenizzante post glaciazione)
birre Moretti e Menabrea nonchè una bottiglia di Gewurtztraminer (intatte e ben conservate)
parmigiano reggiano formaggini dieta non identificati pecorino di Pienza in crosta (nel senso che c'era solo la crosta)
yogurt scaduti e prosciutto sprecato (un tempo freschissimo, ora disidratato).
Ultima speme, il freezer che apriamo guardinghi: sopresa. Due belle confezioni di tranci di salmone alle erbe dell'Ikea comprate, è vero, una settimana fa. Niente a che vedere col sushi dello Zen o dell'Hama nè tanto meno con i gamberi di mia madre ma meglio di prosciutto essicato e fragole dadaiste.
Apriamo le pratiche confezioni parallelepipoidali provenienti dal reparto gastronomia del mobilifico più conveniente e creativo del ventunesimo secolo e poniamo i trancetti in una pirofila. Scaldiamo il forno e nel mentre, io.
Apparecchio.
Accendo lo stereo.
Vado in camera e ripongo nell'armadio i miei jeans abbandonati sul letto.
Vedo il mio libro sulla sedia e chissà perchè lo sposto sul tavolo.
La gatta Bertux detta Crepe Suzette mi sbadiglia in faccia e io la accarezzo.
Torno in cucina. Sento uno strano odore provenire dal mio moroso. Egli sa di mare, di pesce di quell'odore sgradevole di sardina avizzita che non viene via nemmeno se prendi un litro di last al limone e te lo spalmi tipo olio levigante per il corpo in lungo e in largo.
È solo in quel momento che realizzo la vera verità e mi rivedo, pochi minuti or sono, le mani nude che stringono i trancetti e li sistemano nella pirofila di vetro. Annuso le mie mani e capisco di essere vittima dello stesso destino, sento lo stesso effluvio portuale che avvolge arti e chioma del fiancè. Cazzo.
Mi avvicino a tavola e annuso piatti e posate come un segugio: pare di stare al mercato del pesce. Mi avvicino allo stereo e inspiro la manopola: eau de mer. Torno in camera e odoro le ante dell'armadio nonchè i jeans riposti: profumo di sale profumo di mare che sta sulla pelle che sta sulle palle. Avvicino il naso al libro che ho spostato sul tavolo: sembra uscito fresco fresco dalle reti di padron 'Ntoni.
Dietro di me la gatta Crepe Suzette miagola come un'ossessa: sa tutta di pesce anche lei e forse le andrebbe anche di assaggiarlo, il trancetto.
Cara Suzette, è tutto tuo, ti lascio la mia cena di mare senza rimpianti, fai pure.
Ora, non so se io ho un olfatto particolarmente sviluppato ma altro che Svezia: sono passati due giorni e qui da me sembra di stare al porto di Aci Trezza sotto vento.
RICETTINA VELOX
Se anche tu, colta/o da fame chimica pur senza aver aspirato nulla, arrivi a casa con patatine, cannoncini pizzette torte salate muller thurgau e gewurtztraminer nello stomaco, significa che sei
stata/o a una festa. Come me.
Ma se hai ancora fame, almeno tu, non iniziare ad armeggiare instabilmente (cfr muller e gewurtz) in cucina. Non aprire il frigo alla ricerca di, vediamo un po', qualcosa che riempia ma senza esagerare. Se te ne esci con un "ecco, trovato", il danno è fatto: spaghetti col Philadelphia allo yogurt è stato il mio. Lo so, non dire nulla.
Già vedo il tuo volto accartocciato davanti a queste parole, la cara vecchia Kaori che si gira nella tomba come un polletto allo spiedo e la signorina sulla confezione De Cecco che vorrebbe imbavagliarmi col bandana rosso che ha in testa e frustarmi con gli spaghetti alla chitarra. A questo punto, desisti. Non fare come me che, imperterrita, butto in acqua bollente e salata gli spaghi e scollo (con doppia elle) il Philadelphia dalla vaschetta per poi adagiarlo in un piatto fondo. Darsi un tono aggiundendoci del pepe, non servirà a niente. Scolare la pasta è un errore. Versarla nel piatto, peggio. Assaggiarla di più.
Decidi anche tu di abbandonare il piatto al suo destino e vai a letto.
Se poi la mattina arrivi in cucina e vedi la tua gatta con le vibrisse sporche di Philadelphia e uno spaghetto in bocca a penzoloni, non stupirti. Da qualcuno avrà pur preso.